Un giorno in orbita
Nello spazio cosmico viaggia di tutto. Così, il primo marzo
del 1996, la notizia che Ron e Tosca avevano vinto il festival
di Sanremo giunse via fax a bordo di un'astronave, sotto forma
di un'agenzia dell'Ansa. Lo Space Shuttle era il Columbia e
a far parte dell'equipaggio c'era l'italiano Umberto Guidoni
che, giunto al nono giorno di navigazione, cominciava a riprendersi
da quelle sensazioni mai vissute prima e diventate familiari
nel corso del suo primo (e non ultimo) viaggio spaziale: 377
ore e 40 minuti in cui ha completato 252 orbite intorno alla
Terra, pari a 6 milioni e mezzo di miglia.
"Ci si prepara tanto a vivere situazioni simulate, ma
quando ci si trova davvero nello spazio è tutta un'altra emozione.
L'astronave è uguale all'ambiente ricostruito per gli addestramenti,
ma stavolta si fa per davvero, e quando il count-down è a zero
si parte. Arrivati in orbita ti trovi a galleggiare senza peso.
L'organismo è confuso, non si orizzonta. Da quando siamo nati,
abbiamo il sangue che circola nel corpo secondo la legge della
gravità, una parte di esso è fisso nelle estremità inferiori,
proprio perché il peso lo trattiene. Lì è tutto diverso, perché
il sangue scorre libero mentre tu galleggi, il cuore pompa
di meno, cambiano i valori della pressione arteriosa. I fluidi
vanno dappertutto. La testa e la faccia sono più gonfie. La
fame si riduce, perché si riduce la necessità di mangiare.
Sulla Terra ci si accorge di avere appetito perché si sente
un "buco" nello stomaco. Lì ci sono sempre dei fluidi
che premono e dunque si ha la sensazione di essere sazi. Io
in sedici giorni ho perso tre chili. E poi la visione della
Terra da fuori disorienta. È come se il cervello cercasse uno
schema interpretativo di quello che vede e ci vuole un po'
per mettere a fuoco il tutto. Qui sappiamo da sempre riconoscere
l'alto e il basso, il su e il giù. Lì è tutto relativo. E se
stai a testa in giù, dopo un po' ti accorgi che il pavimento
e il soffitto sono intercambiabili e che forse sono gli altri
a stare capovolti. Meno male che il cervello è pronto a interpretare
gli stimoli che riceve, a cambiare i sistemi di riferimento".
"Dopo un giorno o due diventa una cosa normale e quando
si torna bisogna riabituarsi alla presenza di gravità. La prima
mattina in cui mi sono svegliato a casa mia ho fatto un gran
volo dal letto, perché volevo planare giù come facevo dentro
l'astronave. Mi chiedevo: come è possibile che abbia vissuto
tutta la vita qui, in questo posto dove ogni cosa cade per
terra?".
Romano, ormai trapiantato a Houston (Mariarita, la moglie,
l'ha seguito e nel 1992 è nato Luca), Guidoni racconta questo
e molto altro durante una sua visita in Italia. Nell'occasione
ha presentato il libro Il giro del mondo in 80 minuti (Di
Renzo editore), ha tenuto conferenze su e giù per la penisola, ha
mangiato "mediterraneo" a casa dei suoi, che si sono
ritirati ad Acuto, nel Frosinate, ha rivisto i vecchi compagni
del Gaio Lucilio, il liceo frequentato negli anni '70.
Quegli ex ragazzi se lo ricordano bene il collega di studi
che ripeteva sempre di voler andare nello spazio. Ma lui minimizza
la consapevolezza di allora: "Sono del 1954, avevo quindici
anni quando vidi in televisione lo sbarco sulla Luna. Immaginavo
che andare nello spazio fosse un'impresa eroica, un sogno.
Intanto divoravo libri di fantascienza".
Come è passato dalla fantascienza alla scienza lo racconta
il curriculum: laurea con lode in fisica con specializzazione
in astrofisica alla Sapienza di Roma. Nel 1984 si trasferisce
all'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario (Ifsi)
di Frascati: proprio lì, lui che credeva di rimanere coi piedi
sulla terra, comincia a pensare che nel cielo può andarci davvero. "Mi
sono trovato a Frascati nel momento in cui si stava realizzando
l'esperimento del "Tethered Satellite System", cioè
del satellite "a filo", destinato a un progetto della
NASA. Era proprio la missione a cui avrei partecipato. In parole
semplici è così: un satellite è legato allo shuttle da un filo
sottilissimo, lungo venti chilometri. Nello spazio, srotolando
questo filo, si crea una specie di struttura simile alla dinamo
che, nel campo magnetico della Terra, genera elettricità".
Questo progetto inaugurava anche una partnership scientifica
diretta tra la NASA e la nascente Agenzia Spaziale Italiana. "Fino
ad allora eravamo stati coinvolti soltanto in quanto membri
di progetti europei. A riconoscimento di questo impegno, la
NASA offrì ad un astronauta italiano la possibilità di volare".
Cominciò la selezione. Tentarono quasi in cento. "Mandai
la domanda e non lo dissi nemmeno a mia moglie. Tanto, pensavo,
non ce la farò. E invece superai tutte le prove. Alla fine
fummo presi in due". I due prescelti erano Umberto Guidoni
e Franco Malerba. Anche se soltanto uno fra loro doveva partire,
furono entrambi addestrati, come i portieri di una squadra
di calcio: uno titolare e l'altro in panchina. A differenza
che nel calcio, però, il secondo sarebbe per sempre rimasto
tale, perché altre missioni per gli italiani non erano previste.
Il titolare era Malerba e nel luglio 1992 andò in orbita. La
missione fu disastrosa. Il filo non cominciò neanche a svolgersi,
il meccanismo si inceppò. Franco Malerba non volò mai più.
La NASA, però, voleva "risarcire" gli scienziati
italiani, perché il fallimento dell'esperimento non era certo
dovuto al satellite realizzato a Frascati. Così arrivò il momento
di Guidoni.
Quattro anni di preparazione, fino a quel 22 febbraio 1996
in cui fece il grande salto dentro al cosmo. La missione andò
bene, perché, anche se il filo non fu srotolato del tutto,
il satellite funzionò.
Guidoni si conquistò sul campo il diritto a partecipare alla
prossima impresa, che partirà quest'anno: la Stazione Spaziale
Internazionale, un laboratorio permanente orbitante, realizzato
da America, Russia, Giappone, Canada, Europa e Italia. Nel
laboratorio spaziale verranno eseguiti esperimenti scientifici
in assenza di gravità. Situazione ottimale, questa, giacché
sulla Terra bisogna fare i conti col peso. Nel cosmo, al contrario,
si potranno realizzare cristalli senza impurità che, installati
nel cuore dei computer, permetteranno all'elettronica performance
al momento impensabili. Nel campo della biomedicina si potrà
studiare la struttura tridimensionale dei virus, molto meglio
di quanto non si possa fare sulla Terra, e potranno essere
inventati nuovi farmaci.
Nella preparazione della Stazione Spaziale, l'Italia è anche
protagonista di un accordo bilaterale con gli States, in base
al quale realizzerà tre unità del Modulo Logistico Pressurizzato,
una specie di bus che trasferirà rifornimenti ed esperimenti
dalla Terra allo spazio.
I voli che stanno per cominciare serviranno a montare la Stazione
Spaziale come un immenso giocattolone di Lego. Nel 2002 sarà
funzionante e potrà ospitare sette astronauti "fissi",
in turnover tra loro. Ma andare nello spazio diventerà un'esperienza
a portata di chiunque?
"Proprio di chiunque no, ma tra dieci/quindici anni sarà
normale andarci a lavorare. Come è oggi andare su una piattaforma
petrolifera o in altri posti particolari che richiedono una
preparazione specialistica".
E, a fare il pendolare con lo spazio, potrà esserci più di
un italiano. L'Agenzia Spaziale Italiana sta selezionando ragazzi
e ragazze, laureati in scienze matematiche, fisiche e naturali,
ingegneria, medicina e chirurgia o con il titolo di pilota
sperimentatore di aeromobile. Vengono richiesti tre anni di
documentata esperienza post-laurea, conoscenza della lingua
inglese parlata e scritta e obblighi militari assolti entro
fine giugno 1998. Ultima richiesta, la più complicata: garantire
un periodo di operatività di almeno 10 anni. Al bando di concorso,
scaduto a fine marzo, hanno risposto in più di cento. Tra loro
ci sono due nuovi astronauti italiani.
Anche loro vivranno nei dintorni di Houston, nel cuore della
NASA, racchiusi nella comunità dei colleghi e delle loro mogli.
La loro vita sarà simile a quella dei piloti delle basi militari
come la raccontano i film americani anni '40. Saranno pagati
dall'Agenzia Spaziale Italiana, non più di un ricercatore di
livello e, quando voleranno, non percepiranno neppure la trasferta.
Ma, al di là del ruolo riconosciuto all'Italia, la novità politica
del progetto consiste nella leadership paritetica tra Stati
Uniti e Russia. Per la prima volta gli americani hanno partner
che una piccola stazione orbitante, cioè la MIR, l'hanno già
realizzata. Agli astronauti di Houston è stato tenuto un corso
di formazione per prepararli a collaborare con i russi.
Ma, tornando allo spazio, chi lo conosce cosa pensa degli omini
verdi? "La vita su un altro pianeta c'è di sicuro: ci
sono talmente tante stelle".

